MEDICi e STILI DI VITA

Tre esperti di salute pubblica statunitensi lanciano una proposta provocatoria ma efficace: inserire nella routine quotidiana dei medici un programma di micropause dedicate all’attività fisica. Solo così, infatti, il medico potrà migliorare il proprio stato di salute e diventare davvero il modello di riferimento per i propri pazienti.

Che i medici si curino poco è cosa nota, ma pare che siano anche molto restii a sperimentare su se stessi i benefici della prevenzione primaria attraverso corretti stili di vita. Lo denunciano, sulle pagine di Jama,Antronette K. Yancey, Robert E. Sallis e Roshan Bastani, tre esperti di prevenzione della Ucla School of public health di Los Angeles, negli Stati Uniti. I dati parlano da sé: il 55% dei medici canadesi di sesso maschile e il 25% delle donne medico è sovrappeso od obeso. La maggioranza di essi non segue le raccomandazioni delle linee guida né in materia di alimentazione né di attività fisica.

Sovrappeso e abitudine al fumo
Uno studio effettuato su 498 medici statunitensi riferisce che il 53% dei colleghi è obeso o sovrappeso. Vi sono poi i dati del notissimo Women physicians health study, secondo i quali solo il 49% dei medici statunitensi segue le raccomandazioni validate sugli stili di vita. In Italia non vi sono dati ufficiali, ma nemmeno segnali che le abitudini dei medici si discostino significativamente da quelle della media della popolazione. «Diversi studi hanno dimostrato l’importanza del medico quale modello di riferimento in fatto di salute» spiegano gli autori. «È provato, per esempio, che un medico sovrappeso o fumatore sarà meno efficace di uno normopeso o non fumatore nel convincere il proprio paziente a mettersi a dieta o ad abbandonare la sigaretta. Il problema è che i medici cominciano soltanto ora a comprendere ed accettare la loro responsabilità come testimonial e sostenitori di sane abitudini di vita». Gli autori proseguono nelle loro argomentazioni esaminando il cibo servito nell’ambito dei convegni medici e l’agenda degli incontri di formazione continua: nel primo caso abbondano piatti poco salutari o comunque troppo ricchi per una giornata passata seduti ad ascoltare i relatori, mentre non accade praticamente mai che il programma di un incontro di studio preveda uno spazio per muoversi o per fare tutti insieme un po’ di esercizio. «Sono segnali significativi: in fondo basterebbe un po’ di accortezza per dare il buon esempio, almeno nelle occasioni ufficiali» spiegano i tre editorialisti.

Pause lavoro in movimento
Le interruzioni organizzate sul posto di lavoro per invitare i dipendenti a muoversi stanno prendendo piede negli Stati Uniti e potrebbero facilmente essere importate anche in Italia. Si tratta di pause di 10 minuti, ripetute due o tre volte nel corso della giornata, in cui si propongono semplici esercizi effettuabili alla scrivania o nei corridoi. «La nostra proposta è di strutturare programmi di micro-esercizio su base scientifica. Non basta muoversi a casaccio, ma bisogna creare una sequenza che sia al contempo divertente e utile in termini di lavoro cardiovascolare» spiegano. La proposta è già stata raccolta da alcuni gruppi ospedalieri statunitensi, come l’Henry Ford health system di Detroit o il centro medico Kaiser permanente di Torrance, in California. Altri centri di Los Angeles hanno adottato uno schema di piccole pause per l’attività fisica all’interno delle riunioni che durano più di un’ora. «È possibile incorporare l’attività fisica nella vita di tutti i giorni senza turbare il processo produttivo e i medici sono i soggetti migliori per dimostrare la fattibilità del nostro modello» concludono gli epidemiologi californiani. «Non è accettabile che proprio gli operatori sanitari siano così poco sensibili ai guadagni che si possono ottenere, in termini di salute ma anche economici, con un cambiamento delle abitudini».

JAMA 2013; 309(2): 141-142

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